USO ALIMENTARE...| Alchemilla vulgaris L. presenta un uso culinario limitato e secondario, principalmente legato alla tradizione locale piuttosto che a una reale diffusione gastronomica. Le parti impiegate sono soprattutto le foglie giovani, raccolte prima della fioritura quando risultano meno ricche di tannini e quindi meno astringenti.
Le foglie fresche possono essere consumate crude in piccole quantità all’interno di insalate miste, dove apportano una lieve nota erbacea e leggermente amarognola. A causa dell’elevato contenuto in tannini, il consumo deve essere moderato per evitare una sensazione eccessivamente astringente e poco gradevole al palato.
In alcune tradizioni rurali europee le foglie vengono utilizzate cotte, analogamente ad altre erbe spontanee, spesso lessate o aggiunte a minestre e zuppe. La cottura contribuisce a ridurre l’astringenza e rende il profilo gustativo più equilibrato, anche se la pianta non rappresenta un ingrediente principale ma piuttosto complementare. |
Vedi anche Ricette con erbe officinali e
Ricette vegetariane
APPROFONDIMENTO SU PIANTE AD AZIONE FITOESTROGENICA E ANTIANDROGENA...
| PIANTE AD AZIONE FITOESTROGENICA E ANTIANDROGENA
In virtù della loro azione estrogenica alcune piante si dimostrano efficaci nell'impiego terapeutico per le turbe legate a un'insufficienza ovarica, per sindromi deficitarie dopo isterectomia e ovariectomia, per turbe mestruali della pubertà e per alcune manifestazioni fastidiose che caratterizzano la manifestazioni funzionali della menopausa come vampate di calore, turbe dell'umore, secchezza della mucosa vaginale, ecc. e per la sindrome premestruale.
Alcuni inconvenienti, come per es. le vampate, hanno una stretta relazione con l'ormone ipofisario; altri invece, come prurito, infiammazione pelvica e secchezza vaginale, sono relativi alla caduta del tasso ematico di estrogeni e possono migliorare con l'utilizzo di queste piante. In questi casi la fitoterapia rappresenta una terapia attiva e/o complementare alla terapia ormonale classica.
Le piante estrogeniche e progesterone-like sono: Angelica, Aletris, Erba medica, Salvia, Luppolo, Ginseng, Alchemilla, Verbena, Salsapariglia, Soia, Kudzu, Cimicifuga; l'Ortica ha azione antiandrogena e la Cimicifuga è attiva sulla secrezione dell'ormone ipofisario. L'Agnocasto aumenta la produzione dell'ormone luteinizzante, inibisce il rilascio dell'ormone che stimola il follicolo, portando ad uno spostamento del rapporto a favore degli estrogeni rispetto ai gestageni, producendo effetti ormonali utilizzati contro disturbi connessi alla menopausa; inoltre, sperimentalmente, inibisce la secrezione della prolattina, risultando efficace sia nella sindrome premestruale che nella iperprolattinemia.
Tratto da: Enrica Campanini "Dizionario di fitoterapia e piante medicinali"; A.Y. Leung & S. Foster "Enciclopedia delle piante medicinali"; Fabio Firenzuoli "Le 100 erbe della salute"
Fitoestrogeni e trattamenti ormonali: legami pericolosi
Il ricorso ai fitoestrogeni va evitato nelle donne con tumore della mammella e affette da deprivazione ormonale da ormonoterapia.
Le donne con carcinoma della mammella positivo per i recettori degli estrogeni devono evitare di ricorrere ai fitoestrogeni nel tentativo di ridurre gli effetti da deprivazione ormonale causati dalla ormonoterapia in atto. Il 70% circa dei carcinomi della mammella esprime recettori per gli estrogeni. Questo dato è alla base della terapia adiuvante con farmaci che riducono la stimolazione di questi recettori quali il tamoxifene e derivati e gli inibitori delle aromatasi. L'ormonoterapia di per sé causa però numerosi effetti collaterali da deprivazione ormonale. I sintomi meno tollerati sono la secchezza delle mucose e la sindrome vasomotoria (le cosiddette vampate), oltre alle manifestazioni legate al lungo trattamento (artralgie, tipicamente causate dagli inibitori delle aromatasi, osteoporosi, ipertensione, alterazioni del metabolismo lipidico). Nelle donne in menopausa, è diventata popolare l'assunzione di integratori alimentari, contenenti principalmente derivati della soia o del trifoglio rosso, nell'ipotesi che abbiano un'azione di contrasto sui sintomi della menopausa. Gli estratti di queste piante contengono infatti fitoestrogeni, e in particolare isoflavoni (genisteina, daidzeina e gliciteina dalla soia e biocanina A e formononetina dal trifoglio), sostanze che hanno una blanda azione sia estrogenica sia antiestrogenica. Queste caratteristiche hanno suggerito la loro indicazione anche alle donne in trattamento con tamoxifene o inibitori dell'aromatasi, suscitando allarme negli oncologi che ritengono tale pratica incongrua e rischiosa. Negli animali di laboratorio si è infatti dimostrato uno stimolo dose-dipendente da fitoestrogeni nella crescita di cellule tumorali umane della mammella estrogeno-sensibili (CMF-7) [1]. In modelli analoghi risulta anche abrogata la prevenzione del tamoxifene alla crescita tumorale [2]. A seguito della diffusione di tale pratica sono stati condotti due studi per verificare l'efficacia di integratori a base di soia (90-150 mg/die di isoflavoni) in pazienti sintomatiche per deprivazione ormonale (vampate diurne e notturne) [3,4]. Le pazienti, trattate per carcinoma della mammella e molte in trattamento con tamoxifene o raloxifene, sono state randomizzate in doppio cieco a ricevere il trattamento con isoflavoni o placebo. In nessuno dei due studi si sono rilevate differenze statisticamente significative nella sintomatologia, anche quando stratificate a ricevere tamoxifene. Per cui gli isoflavoni non sembrano ridurre la sintomatologia legata alla terapia ormonale e potrebbero invece avere un'attività di stimolo sulla crescita tumorale. Secondo alcuni lavori scientifici, le popolazioni asiatiche sarebbero meno esposte al rischio di carcinoma della mammella per l'elevata ingestione di derivati della soia: questa osservazione è di difficile interpretazione epidemiologica e non può essere trasferita alle popolazioni occidentali né ad altri effetti ormonali degli isoflavoni [5,6]. Tali sostanze, quindi, vanno utilizzate con molta cautela da parte delle donne con carcinoma della mammella e solo se con recettori ormonali negativi. I medici che hanno pazienti in trattamento con tamoxifene o inibitori delle aromatasi dovrebbero vigilare e sconsigliare l'uso di prodotti a elevato titolo di fitoestrogeni, anche perché molti degli integratori alimentari in commercio rimandano a siti Internet nei quali sono rivendicati effetti terapeutici non dimostrati, sostenuti con letteratura di parte o mal interpretata.
Bibliografia:
J Nutr 2001;131:2957-62.
Cancer Res 2005;65:879-86.
J Clin Oncol 2002;15:1449-55.
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J Epidemiol 2010;20:83-9.
Nutr J 2008;7:17. CDI
Palozzo A.C., Falci C., Zovato S.
Istituto Oncologico Veneto IRCCS
Fitoestrogeni ed iperplasia dell'endometrio.
(Prescrire International 2006; 15: 62-3)
I fitoestrogeni sono estratti di piante medicinali capaci di interagire con i recettori per gli estrogeni (1).
Quattro trial clinici randomizzati di breve durata (in linea di massima di scarsa qualità metodologica) hanno valutato gli effetti di alte dosi di fitoestrogeni della soia (50-100 mg/die di isoflavoni) verso placebo in donne in post-menopausa. Pur in presenza di risultati contrastanti, questi trial sembrano suggerire un leggero effetto preventivo sulle vampate di calore (al meglio, circa 2 episodi evitati a settimana). Poche sono però le conoscenze sui rischi connessi con l'uso prolungato di alte dosi di fitoestrogeni, soprattutto per quanto riguarda il rischio di tromboembolismo e di neoplasie a carico della mammella e dell'endometrio (effetti noti degli estrogeni).
Un trial randomizzato in doppio-cieco, condotto in Italia, ha valutato l'impatto a lungo termine dei fitoestrogeni sull'endometrio (2). Questo è stato il primo trial volto a stabilire gli effetti a lungo termine dei fitoestrogeni. Sono state reclutate 376 donne in post-menopausa non isterectomizzate e randomizzate in un gruppo trattato con un prodotto a base di soia contenente 150 mg/die di isoflavone ed in un gruppo placebo. Le donne sono state sottoposte a biopsia dell'endometrio al momento dell'arruolamento, dopo 30 mesi e dopo 5 anni di trattamento. La biopsia dopo 5 anni è stata eseguita in 319 donne. È stata riscontrata iperplasia dell'endometrio nel 3.8% delle donne trattate con il prodotto a base di soia, ma in nessuna delle donne del gruppo placebo (p |
NOTE VARIE E STORICHE...| Il nome Alchemilla deriva dal termine arabo al-kīmiyā, da cui ha origine anche la parola alchimia, in riferimento all’uso tradizionale della pianta da parte degli alchimisti medievali. Le gocce d’acqua che si raccolgono naturalmente sulle foglie, grazie a un fenomeno di guttazione e alla particolare struttura idrofobica della superficie, erano considerate una sostanza pura e misteriosa, utilizzata nei tentativi di ottenere la pietra filosofale.
Nella tradizione erboristica europea, Alchemilla vulgaris è stata a lungo associata alla salute femminile, tanto da essere conosciuta come “erba delle donne” o “mantello della Madonna”. Il nome popolare richiama sia la forma delle foglie, simile a un mantello, sia il simbolismo mariano legato alla protezione e alla purezza.
Nel Medioevo e nel Rinascimento la pianta era impiegata nei giardini dei monasteri e nelle pratiche mediche tradizionali, soprattutto per le sue proprietà astringenti. Era utilizzata per trattare ferite, emorragie e disturbi ginecologici, spesso senza una distinzione chiara tra uso empirico e credenze simboliche.
Dal punto di vista botanico, Alchemilla vulgaris rappresenta in realtà un complesso di specie molto simili tra loro, difficili da distinguere morfologicamente. Questo ha creato nel tempo ambiguità tassonomiche e una certa variabilità nella composizione chimica dei campioni studiati.
Una curiosità fisiologica riguarda la capacità della pianta di raccogliere e trattenere gocce d’acqua sulle foglie anche in assenza di pioggia. Questo fenomeno ha contribuito alla sua fama storica e alla percezione di pianta “magica”, oltre ad avere un ruolo ecologico nella gestione dell’umidità superficiale.
In alcune tradizioni popolari europee, le gocce raccolte dalle foglie venivano utilizzate anche a scopo cosmetico, ritenute utili per mantenere la pelle giovane e luminosa. Questo uso riflette una continuità simbolica tra le proprietà astringenti della pianta e l’idea di bellezza e conservazione. |
Ricerche di articoli scientifici su Alchemilla vulgaris L.
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