PIANTA MELLIFERA...| Il miele di trifoglio rosso è relativamente raro come monoflora. La struttura profonda della corolla rende il nettare poco accessibile alle api con ligula corta; di conseguenza la bottinatura avviene soprattutto da parte di bombi e di api con apparato boccale più lungo. Per questo motivo il miele di Trifolium pratense si ritrova più spesso in mieli millefiori di prato o di pascolo, piuttosto che come miele monobotanico puro.
Dal punto di vista organolettico, quando presente in quota significativa:
il colore è chiaro, variabile dal giallo molto pallido all’ambra chiara;
l’aroma è delicato, floreale, con note erbacee fresche e leggere sfumature di fieno o fiori di campo;
il sapore è dolce e morbido, poco persistente, privo di amarezza o acidità marcata;
la cristallizzazione è rapida e fine, con consistenza cremosa quando correttamente lavorato.
Dal punto di vista nutrizionale e funzionale, il miele derivante da aree ricche di trifoglio rosso:
è generalmente ricco di zuccheri semplici facilmente assimilabili;
presenta un contenuto moderato di polifenoli e composti antiossidanti, tipici dei mieli di prato;
viene tradizionalmente apprezzato per il suo profilo lenitivo e riequilibrante, soprattutto come miele da uso quotidiano. |
USO ALIMENTARE...| Trifolium pratense L. (trifoglio rosso) ha un uso culinario tradizionale e moderno discreto ma ben documentato, soprattutto in ambito rurale, erboristico e nella cucina naturale. Le parti impiegate sono principalmente fiori, foglie giovani e germogli, consumati freschi, essiccati o trasformati.
I fiori freschi vengono utilizzati come ingrediente decorativo e funzionale in insalate miste, piatti freddi e preparazioni primaverili. Hanno un sapore dolce, leggermente erbaceo, con note che ricordano il miele e i legumi teneri. Sono spesso aggiunti a fine preparazione per preservarne colore e fragranza.
I fiori essiccati trovano impiego nella preparazione di tisane alimentari, sciroppi leggeri e infusi dolcificati naturalmente. In alcune tradizioni contadine venivano macerati in acqua calda o tiepida per ottenere bevande rinfrescanti estive, talvolta aromatizzate con agrumi o altre erbe di campo.
Le foglie giovani e i germogli teneri possono essere consumati crudi in piccole quantità, mescolati ad altre verdure di campo, oppure sbollentati brevemente e aggiunti a minestre, zuppe rustiche o ripieni vegetali. Il gusto è delicato, lievemente amarognolo, simile ad altri legumi erbacei.
In passato, durante periodi di scarsità, le foglie essiccate e macinate venivano mescolate a farine cerealicole per arricchire pani rustici e focacce, apportando fibra e composti vegetali secondari. Questa pratica è oggi recuperata nella cucina sperimentale e foraging.
I fiori possono essere utilizzati anche per la preparazione di gelatine, confetture leggere e miele aromatizzato, sfruttando il loro profumo tenue. In questi casi vengono infusi e successivamente filtrati, evitando la cottura prolungata.
Dal punto di vista nutrizionale, il trifoglio rosso è apprezzato come alimento funzionale per il contenuto di:
vitamine del gruppo B e vitamina C;
sali minerali come calcio, magnesio e potassio;
composti fenolici e isoflavoni, presenti soprattutto nei fiori.
In ambito culinario contemporaneo, Trifolium pratense è utilizzato:
nella cucina vegetale e naturale;
nelle preparazioni primaverili depurative;
come ingrediente di foraging in piatti a base di erbe spontanee;
in infusi alimentari non medicinali dal gusto delicato.
È consigliato un consumo moderato e variato, evitando l’uso prolungato e concentrato come alimento quotidiano, soprattutto in soggetti sensibili ai fitoestrogeni, mantenendo sempre una funzione culinaria e non terapeutica. |
Vedi anche Ricette con erbe officinali e
Ricette vegetariane
APPROFONDIMENTO SU PIANTE AD AZIONE FITOESTROGENICA E ANTIANDROGENA...
| PIANTE AD AZIONE FITOESTROGENICA E ANTIANDROGENA
In virtù della loro azione estrogenica alcune piante si dimostrano efficaci nell'impiego terapeutico per le turbe legate a un'insufficienza ovarica, per sindromi deficitarie dopo isterectomia e ovariectomia, per turbe mestruali della pubertà e per alcune manifestazioni fastidiose che caratterizzano la manifestazioni funzionali della menopausa come vampate di calore, turbe dell'umore, secchezza della mucosa vaginale, ecc. e per la sindrome premestruale.
Alcuni inconvenienti, come per es. le vampate, hanno una stretta relazione con l'ormone ipofisario; altri invece, come prurito, infiammazione pelvica e secchezza vaginale, sono relativi alla caduta del tasso ematico di estrogeni e possono migliorare con l'utilizzo di queste piante. In questi casi la fitoterapia rappresenta una terapia attiva e/o complementare alla terapia ormonale classica.
Le piante estrogeniche e progesterone-like sono: Angelica, Aletris, Erba medica, Salvia, Luppolo, Ginseng, Alchemilla, Verbena, Salsapariglia, Soia, Kudzu, Cimicifuga; l'Ortica ha azione antiandrogena e la Cimicifuga è attiva sulla secrezione dell'ormone ipofisario. L'Agnocasto aumenta la produzione dell'ormone luteinizzante, inibisce il rilascio dell'ormone che stimola il follicolo, portando ad uno spostamento del rapporto a favore degli estrogeni rispetto ai gestageni, producendo effetti ormonali utilizzati contro disturbi connessi alla menopausa; inoltre, sperimentalmente, inibisce la secrezione della prolattina, risultando efficace sia nella sindrome premestruale che nella iperprolattinemia.
Tratto da: Enrica Campanini "Dizionario di fitoterapia e piante medicinali"; A.Y. Leung & S. Foster "Enciclopedia delle piante medicinali"; Fabio Firenzuoli "Le 100 erbe della salute"
Fitoestrogeni e trattamenti ormonali: legami pericolosi
Il ricorso ai fitoestrogeni va evitato nelle donne con tumore della mammella e affette da deprivazione ormonale da ormonoterapia.
Le donne con carcinoma della mammella positivo per i recettori degli estrogeni devono evitare di ricorrere ai fitoestrogeni nel tentativo di ridurre gli effetti da deprivazione ormonale causati dalla ormonoterapia in atto. Il 70% circa dei carcinomi della mammella esprime recettori per gli estrogeni. Questo dato è alla base della terapia adiuvante con farmaci che riducono la stimolazione di questi recettori quali il tamoxifene e derivati e gli inibitori delle aromatasi. L'ormonoterapia di per sé causa però numerosi effetti collaterali da deprivazione ormonale. I sintomi meno tollerati sono la secchezza delle mucose e la sindrome vasomotoria (le cosiddette vampate), oltre alle manifestazioni legate al lungo trattamento (artralgie, tipicamente causate dagli inibitori delle aromatasi, osteoporosi, ipertensione, alterazioni del metabolismo lipidico). Nelle donne in menopausa, è diventata popolare l'assunzione di integratori alimentari, contenenti principalmente derivati della soia o del trifoglio rosso, nell'ipotesi che abbiano un'azione di contrasto sui sintomi della menopausa. Gli estratti di queste piante contengono infatti fitoestrogeni, e in particolare isoflavoni (genisteina, daidzeina e gliciteina dalla soia e biocanina A e formononetina dal trifoglio), sostanze che hanno una blanda azione sia estrogenica sia antiestrogenica. Queste caratteristiche hanno suggerito la loro indicazione anche alle donne in trattamento con tamoxifene o inibitori dell'aromatasi, suscitando allarme negli oncologi che ritengono tale pratica incongrua e rischiosa. Negli animali di laboratorio si è infatti dimostrato uno stimolo dose-dipendente da fitoestrogeni nella crescita di cellule tumorali umane della mammella estrogeno-sensibili (CMF-7) [1]. In modelli analoghi risulta anche abrogata la prevenzione del tamoxifene alla crescita tumorale [2]. A seguito della diffusione di tale pratica sono stati condotti due studi per verificare l'efficacia di integratori a base di soia (90-150 mg/die di isoflavoni) in pazienti sintomatiche per deprivazione ormonale (vampate diurne e notturne) [3,4]. Le pazienti, trattate per carcinoma della mammella e molte in trattamento con tamoxifene o raloxifene, sono state randomizzate in doppio cieco a ricevere il trattamento con isoflavoni o placebo. In nessuno dei due studi si sono rilevate differenze statisticamente significative nella sintomatologia, anche quando stratificate a ricevere tamoxifene. Per cui gli isoflavoni non sembrano ridurre la sintomatologia legata alla terapia ormonale e potrebbero invece avere un'attività di stimolo sulla crescita tumorale. Secondo alcuni lavori scientifici, le popolazioni asiatiche sarebbero meno esposte al rischio di carcinoma della mammella per l'elevata ingestione di derivati della soia: questa osservazione è di difficile interpretazione epidemiologica e non può essere trasferita alle popolazioni occidentali né ad altri effetti ormonali degli isoflavoni [5,6]. Tali sostanze, quindi, vanno utilizzate con molta cautela da parte delle donne con carcinoma della mammella e solo se con recettori ormonali negativi. I medici che hanno pazienti in trattamento con tamoxifene o inibitori delle aromatasi dovrebbero vigilare e sconsigliare l'uso di prodotti a elevato titolo di fitoestrogeni, anche perché molti degli integratori alimentari in commercio rimandano a siti Internet nei quali sono rivendicati effetti terapeutici non dimostrati, sostenuti con letteratura di parte o mal interpretata.
Bibliografia:
J Nutr 2001;131:2957-62.
Cancer Res 2005;65:879-86.
J Clin Oncol 2002;15:1449-55.
J Clin Oncol 2000;18:1068-74.
J Epidemiol 2010;20:83-9.
Nutr J 2008;7:17. CDI
Palozzo A.C., Falci C., Zovato S.
Istituto Oncologico Veneto IRCCS
Fitoestrogeni ed iperplasia dell'endometrio.
(Prescrire International 2006; 15: 62-3)
I fitoestrogeni sono estratti di piante medicinali capaci di interagire con i recettori per gli estrogeni (1).
Quattro trial clinici randomizzati di breve durata (in linea di massima di scarsa qualità metodologica) hanno valutato gli effetti di alte dosi di fitoestrogeni della soia (50-100 mg/die di isoflavoni) verso placebo in donne in post-menopausa. Pur in presenza di risultati contrastanti, questi trial sembrano suggerire un leggero effetto preventivo sulle vampate di calore (al meglio, circa 2 episodi evitati a settimana). Poche sono però le conoscenze sui rischi connessi con l'uso prolungato di alte dosi di fitoestrogeni, soprattutto per quanto riguarda il rischio di tromboembolismo e di neoplasie a carico della mammella e dell'endometrio (effetti noti degli estrogeni).
Un trial randomizzato in doppio-cieco, condotto in Italia, ha valutato l'impatto a lungo termine dei fitoestrogeni sull'endometrio (2). Questo è stato il primo trial volto a stabilire gli effetti a lungo termine dei fitoestrogeni. Sono state reclutate 376 donne in post-menopausa non isterectomizzate e randomizzate in un gruppo trattato con un prodotto a base di soia contenente 150 mg/die di isoflavone ed in un gruppo placebo. Le donne sono state sottoposte a biopsia dell'endometrio al momento dell'arruolamento, dopo 30 mesi e dopo 5 anni di trattamento. La biopsia dopo 5 anni è stata eseguita in 319 donne. È stata riscontrata iperplasia dell'endometrio nel 3.8% delle donne trattate con il prodotto a base di soia, ma in nessuna delle donne del gruppo placebo (p |
NOTE VARIE E STORICHE...| Trifolium pratense L. (trifoglio rosso) è una pianta ricca di significati storici, simbolici e culturali, oltre che di interesse agronomico e fitoterapico. Nel corso dei secoli ha accompagnato la vita rurale europea come pianta utile, simbolica e medicinale.
Nella tradizione agricola, il trifoglio rosso è stato una delle piante più importanti per la rotazione delle colture. Già dal XVIII secolo veniva coltivato sistematicamente perché capace di arricchire il suolo e migliorare la fertilità dei campi, rendendolo fondamentale nella nascita dell’agricoltura moderna.
Storicamente, era considerato un indicatore di pascoli sani. Campi ricchi di Trifolium pratense erano segno di terreni equilibrati e produttivi, e per questo la pianta era apprezzata sia dagli agricoltori sia dagli allevatori come foraggera di alto valore nutrizionale.
Nella medicina popolare europea, il trifoglio rosso era noto come erba “depurativa del sangue”. Veniva utilizzato in decotti e infusi primaverili per favorire il benessere generale dopo l’inverno, spesso associato ad altre piante di campo raccolte spontaneamente.
Un uso curioso e diffuso era quello topico: i fiori freschi venivano applicati localmente come impacchi su piccole irritazioni cutanee, arrossamenti o punture di insetti, sfruttando la tradizione empirica legata alle piante dei prati.
Dal punto di vista simbolico, il trifoglio è da sempre legato alla fortuna e alla prosperità. Sebbene il celebre trifoglio a quattro foglie sia più spesso associato ad altre specie del genere Trifolium, anche T. pratense partecipava a questo immaginario popolare come pianta “benefica” e protettiva.
Nelle culture contadine, il trifoglio rosso era talvolta chiamato “erba delle donne”, per il suo impiego tradizionale nel sostenere l’equilibrio femminile. Questo appellativo è stato in parte confermato dalla moderna ricerca fitochimica, che ha identificato nei fiori composti oggi noti come isoflavoni.
Una curiosità botanica è la sua stretta relazione con gli insetti impollinatori, in particolare i bombi, che grazie alla loro ligula più lunga riescono ad accedere al nettare. Questa caratteristica ha reso il trifoglio rosso un esempio classico di coevoluzione pianta–impollinatore studiata in ecologia.
Nel folklore europeo, il trifoglio rosso era anche associato alla protezione della casa e dei campi. In alcune zone veniva appeso essiccato nelle stalle o posto nei campi come segno di buon auspicio per il raccolto.
Infine, Trifolium pratense rappresenta un interessante esempio di continuità tra tradizione e scienza moderna: una pianta umile dei prati che, da semplice foraggera e rimedio popolare, è diventata oggetto di studi fitoterapici e nutrizionali approfonditi, mantenendo vivo il legame tra cultura rurale e ricerca scientifica. |
Ricerche di articoli scientifici su Trifolium pratense L.
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